






La fecondità italiana "stenta a rialzare la testa". Questa la stima appena rilasciata dall'Istat. Nel 2009 c'è stato addirittura un piccolo peggioramento rispetto all'anno precedente. «Poca cosa: 1,41 contro 1,42 - si legge nella nota dell'istituto nazionale di statistica -, però, indica che non stiamo facendo molto per uscire dal tunnel della denatalità».
Le nascite sono stimate pari a 570 mila unità, da cui deriva un tasso di natalità pari a 9,5 per mille residenti. Si rilevano circa 6 mila 700 nascite in meno rispetto al 2008, anche se il dato complessivo del 2009 rappresenta il secondo miglior risultato dal 1993. In positivo va rilevato il ruolo delle donne immigrate che da alcuni anni sta concorrendo al recupero delle nascite. «Il contributo alla natalità delle madri di cittadinanza straniera - viene evidenziato nell'analisi - si fa sempre più importante. Si stima, infatti, che nel 2009 circa 94 mila nascite, pari al 16,5% del totale, siano attribuibili a madri straniere (erano 29 mila nel 1999, pari al 5,4%, 92 mila nel 2008 pari al 16%), di cui il 3,4% con partner italiano e il restante 13% con partner straniero».
Altro fenomeno evidenziato: la "posticipazione dell'esperienza riproduttiva verso età più elevate". Nel 2009 l'età media al parto è stata stimata in 31,2 anni, ben 1,4 anni maggiore del livello raggiunto nel 1995 (29,8).
Le dinamiche di natalità sopra illustrate, come prima accennato, fanno sì che nel 2009 il numero medio di figli per donna sia stato stimato a 1,41, di poco inferiore all'1,42 del 2008. «La fecondità è dunque in una fase di assestamento. Si mantiene superiore a quella dell'epoca di minimo, tipica della metà degli anni '90, ma ancora non si muove con decisione in direzione di quello che è considerato l'obiettivo ottimale per una popolazione, ossia il livello di sostituzione delle coppie, pari a circa 2,1 figli per donna» (vedi in allegato Figura 1 - Numero medio di figli per donna, Italia 1995-2009).
Tornando alla stima della fecondità (nella tabella vengono riportati gli indicatori per regione), colpisce l'aumento del tasso in regioni come l'Emilia Romagna, nelle quali è presente un alto livello occupazionale femminile, mentre diminuisce in Campania, dove si registra un numero minimo di donne che lavorano (vedi in allegato Tabella 1 completa; sotto gli indicatori vengono riportati in ordine crescente).
Tabella 1 - Indicatori di fecondità nel 2009, per regione (stima). Fonte Istat
Valle d'Aosta 1,62
Trentino-Alto Adige 1,55
Lombardia 1,50
Emilia Romagna 1,48
Veneto 1,46
Sicilia 1,44
Campania 1,42
Marche 1,41
Piemonte 1,39
Lazio 1,38
Friuli-Venezia Giulia 1,37
Toscana 1,37
Umbria 1,36
Puglia 1,33
Liguria 1,31
Calabria 1,28
Abruzzo 1,26
Basilicata 1,21
Molise 1,15
Sardegna 1,11
Italia 1,41
Nord 1,46
Centro 1,38
Sud 1,35
Isole 1,37
Perché il tasso di fecondità sale in Emilia-Romagna e scende in Campania? «Forse perché l'Emilia-Romagna è all'avanguardia nelle politiche di conciliazione fra lavoro e famiglia»: questa la risposta individuata dall'agenzia giornalistica Redattore Sociale.
«Storicamente - riporta l'agenzia - la fecondità è sempre stata più elevata in Campania rispetto all'Emilia Romagna. Dopo il punto più basso del 1995, l'Emilia Romagna è stata però tra le regioni che con più determinazione hanno invertito la rotta, mentre la Campania ha continuato a segnare il passo.
La forbice si è chiusa nel 2008, sul valore di 1,45 figli in media per donna. L'anno dopo sono proprio tali due realtà a rivelarsi tra le più dinamiche. In particolare, ciò che deprime la fecondità lo fa in modo ancor più accentuato in Campania, che scende a 1,42, ciò che protegge e sostiene le scelte riproduttive si esplica ai suoi maggiori livelli soprattutto in Emilia Romagna, che sale a 1,47. Nessuna regione italiana presenta incrementi più negativi della prima e più positivi della seconda.
Non può essere però un caso che la fecondità risulti in maggiore depressione proprio nella regione nella quale l'occupazione femminile italiana è più bassa (27,3 per cento in Campania), e sia invece in maggior crescita nell'unica regione italiana che ha già superato gli obiettivi di Lisbona (62,1 per cento in Emilia-Romagna). Risultato paradossale e inspiegabile se non letto assieme alla ben diversa quantità e qualità di servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia - asili nido in primis - che, come ben noto, caratterizzano le due realtà geografiche.
In Emilia Romagna non solo il numero di nidi offerto è cresciuto fino a raggiungere (quasi ) gli obiettivi suggeriti dall'Unione Europea - 33 per cento. Ma sono anche aumentate le opportunità (orari e tipi diversi). Mentre crescono i servizi non diminuisce la qualità, che resta d'esempio per l'Europa e non solo (vedi le punte di Reggio Emilia). (1) In questa regione la fiducia delle famiglie è in crescita come mostrano anche le liste di attesa.
La Campania è invece tra le regioni con il più basso numero di posti offerti (meno del 6 per cento di copertura) e solo nel 7,8 per cento dei comuni sono previsti servizi per l'infanzia contro quasi l'80 per cento in Emilia. La Campania è, tra l'altro, la regione che ha approvato più tardi il piano nidi per il triennio 2007-09.
Tabella 2 - Livelli di fecondità e di occupazione femminile
|
|
Numero medio di figli per donna |
Occupaz. femm. |
|||
|
|
1995 |
2008 |
2009 |
variazione |
2008 |
|
Emilia-Romagna |
0,97 |
1,45 |
1,48 |
0,03 |
62,1 |
|
Campania |
1,51 |
1,45 |
1,42 |
-0,03 |
27,3 |
|
Italia |
1,19 |
1,42 |
1,41 |
-0,01 |
47,2 |
Fonte: Stime Istat
Il confronto tra questi due estremi (come evidenziato anche nella tabella due sopra riportata), evidenzia ulteriormente come partecipazione delle donne al mercato del lavoro e maternità possano crescere assieme, anche in anni difficili, in presenza di adeguate politiche».








