






Considerare l'esistenza come un pellegrinaggio è forse una delle cose che tutti facciamo da sempre. Ognuno di noi sa di essere soltanto di passaggio sulla terra e la metafora del pellegrino sembra cucita apposta per l'occorrenza. Lo ripetiamo ad ogni funerale, ad ogni anniversario, ad ogni commemorazione. Il rischio sempre in agguato è che la bellezza delle parole non sia supportata da un'autentica fiducia nella loro verità, cosa che fa di esse dei ricchi contenitori d'aria e di banalità. Non c'è modo migliore per verificare le parole, che tramutarle in fatti. Io ci ho provato, mettendomi in marcia l'8 agosto, lanciandomi proprio nell'esperienza del pellegrinaggio. Da secoli, pellegrini di ogni terra si mettono in cammino per giungere ad una piccola città nel piovoso Nord-Ovest della Spagna, nota alla cristianità per essere il luogo in cui risposano le reliquie dell'Apostolo Giacomo, portate dai suoi discepoli - stando alla tradizione - su quelle rive, dopo la sua morte a Gerusalemme. I passi di questi pellegrini, che devotamente hanno affrontato pericoli e avversità, hanno scavato nella terra spagnola un solco dalla forte carica spirituale: quello che oggi tutti chiamano il Cammino di Santiago. Con il mio amico tedesco di fede luterana, Matthias, abbiamo deciso di provare insieme quest'avventura, alla quale ci siamo preparati alcuni mesi prima mediante lunghe telefonate internazionali, un po' di esercizio fisico e tanta tanta preghiera. Entrambi desideravamo, infatti, fare l'esperienza dell'incontro con la nostra verità più profonda, di toccare con mano il nostro limite e di spingerci fino ai confini di noi stessi, attraversando quei terreni del cuore in cui il Signore si lascia incontrare (o ci dà appuntamento!) in un modo tutto particolare. Abbiamo pattuito un tempo: cinque settimane e 800 km da dedicare a questo scopo. Arrivati a Roncisvalle, punto di avvio del nostro cammino, ci siamo presto accorti della varietà dei pellegrini che ci circondava, ma l'esperienza di camminare insieme, tutti nella stessa direzione, di scambiarci esperienze, ci ha aperti lentamente alla scoperta di un'appartenenza a una comunità più ampia di quella dei credenti, dei cristiani, dei cattolici o dei protestanti: la comunità degli uomini in cammino. Da cristiano ho scoperto che le grandi questioni dell'esistenza non appartengono a un particolare credo religioso, ma che senz'altro la fede nella paternità del Dio rivelatomi in Gesù Cristo offre a me credente una prospettiva di gioia senza pari. Mi sono accorto che ciò che altri chiamavano "fortuna", "coincidenza" o "destino", per me aveva il nome dolce della "Provvidenza", realtà sperimentata e non più memoria teorica di una nozione appresa nei banchi del catechismo. Ho conosciuto molte persone deluse dalla religione, ma con nel cuore una profonda nostalgia di Dio. A queste ho tentato di donare una parola, un incoraggiamento, un annuncio. Ho detto loro che Dio non si è stufato, e che Gesù, il primo grande pellegrino che dal Cielo ha compiuto il suo viaggio sulla terra, è sempre in cammino, in cerca di ogni pecora smarrita. Che non si è mai fuori tempo massimo, e che è dall'amicizia profonda con Lui che bisogna ripartire. In seconda istanza si potranno affrontare le regole, i precetti e i dettami religiosi. Dovessi riassumere con qualche parola queste cinque settimane, direi: gratuità, sincerità, libertà e riconoscenza. Un bel tesoro da custodire e tener presente nella vita di ogni giorno, perché se allora è vero che siamo solo pellegrini sulla terra, conviene non disfare più questo prezioso zaino. Benedetto F. Di Bitonto
Un percorso tra mito e fede
Benedetto Di Bitonto è nato a Napoli nel 1981, dove nel 2005 ha conseguito la laurea in Letterature moderne comparate all'Università Orientale, dove ha studiato Lingue e letterature ebraica (biblica e moderna), spagnola e catalana. Dal 2006 si è trasferito da Bagnoli, dove frequentava la parrocchia Maria SS. Desolata, a Roma. Dopo aver collaborato per il Servizio nazionale di pastorale giovanile è ora consulente per l'edizione e la pubblicazione dei libri liturgici per l'Ufficio liturgico nazionale della Cei. Nell'estate del 2008 ha percorso il Cammino di Santiago de Compostela, che i pellegrini, fin dal Medioevo, intraprendono attraverso la Francia e la Spagna, per giungere nel luogo dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco e indicato dalla tradizione come la tomba di Giacomo il Maggiore. Parlare del Cammino di Santiago comporta inevitabilmente il racconto del misto di storia, tradizioni e leggende che accompagna il ritrovamento della presunta tomba di Giacomo, che risalirebbe al IX secolo (sebbene lo stesso sia morto in Palestina nel 44 d.C, come testimoniano gli Atti degli Apostoli). Da qui, l'origine del termine Compostela da Compos Tellum, cioè Terreno di Sepoltura. I primi pellegrinaggi cominciarono nell'anno 893, quando i monaci benedettini fissarono ivi la loro residenza sulle rovine di un tempio fatto erigere dal re Alfonso I il Casto. Nella tradizione popolare e nell'iconografia di San Giacomo è inoltre potente la figura del Matamoros, alfiere soprannaturale, intercessore e vessillo della ribellione della Spagna al dominio islamico, facendo del Santo il pilastro della riconquista dell'Europa Meridionale contro gli Infedeli. Dopo anni di una minore popolarità, è cresciuto nuovamente il numero di fedeli lì diretti, grazie anche al romanzo di Paulo Coelho, Il cammino di Santiago, pubblicato nel 1987 (che, a dire il vero, presenta il percorso in una chiave più esoterica, testimoniando la varietà di esperienze che si intrecciano lungo il Cammino).






