Parole in libertà. Incendi nel Sud Italia. Fuoco… e riflessioni

 

Brucia, in questi giorni brucia ovunque. Brucia la Sicilia, brucia la Calabria, brucia la Puglia. E brucia la Campania, che una volta era Felix. Fiamme avvolgono da giorni il Vesuvio con uno degli incendi più vasti mai visti, a memoria d’uomo. Brucia il Faito. Bruciano gli Astroni. Arde – da tempo – la Terra dei Fuochi.  Viviamo in un paradiso ormai deturpato da diavoli. Perché questo siamo. I diavoli di antica memoria. Incolpiamo lo Stato, reo di latitanza, ma noi? Ci siamo mai interrogati sulle nostre responsabilità?

Facciamo un gioco: in quanti se vedono scaricare rifiuti illeciti in pieno giorno protestano? Quanti si prendono la briga di reclamare con gli enti preposti i propri disagi sul territorio?  Quanti si ribellano al malaffare, giorno dopo giorno? Quasi nessuno. Si vive costantemente nell’idea che un “ma” possa giustificare ogni tipo di comportamento. E poi c’è l’omertà. Che brutta parola omertà. Essa è dettata dalla paura: non si parla e non si denuncia perché si ha paura di ritorsioni e non ci sente tutelati dallo Stato.

Apriamo gli occhi, però. Fermiamoci un attimo e volgiamo lo sguardo laddove persiste quella coltre pesante di fumo bianco e fetido. Il nostro gigante buono, il simbolo della nostra terra, sta morendo. E noi abbiamo permesso tutto questo. Abbiamo permesso che venisse ridotto a discarica, abbiamo lasciato per anni costruire nell’incuria più totale. Non ha visto lo Stato (reo di non aver vigilato né applicato le leggi) e non abbiamo visto noi, che la viviamo la nostra terra. Oppure abbiamo finto di non vedere, voltando lo sguardo altrove per convenienza, per paura o, più semplicemente, per ignavia.

In questi giorni però ciò che emerge sui roghi che feriscono il gigante buono è che un po’ di amor proprio ancor ci resta. Siamo sconvolti, guardiamo “a muntagna”,  si soffre e si invocano pene severe per i piromani, come è giusto che sia. Allora, mi chiedo,  e se – finalmente – smettessimo di invocare responsabilità altrui e iniziassimo a fare anche noi la nostra di parte?  Se iniziassimo proprio noi a rompere questo muro di indolenza che ci circonda?

Siamo tutti responsabili di questo orrore e dobbiamo prenderne coscienza: i politici locali che ci rappresentano non sono altro che la rappresentazione di noi stessi perché siamo proprio noi a sceglierli, puntualmente. Noi li abbiamo lasciati operare indisturbati, negli anni, a Roma come altrove. E il sistema si è talmente incancrenito che oggi, addirittura, si fatica a comprendere quale sia il reale confine tra gli interessi della malavita, quelli dei pochi notabili locali compiacenti e, soprattutto, dove iniziano le responsabilità delle amministrazioni locali. Non si capisce più dove e chi sia lo Stato, ma noi siamo ancora lì ad aspettare. Un antico detto napoletano dice che mentre il medico trova la cura l’ammalato muore. Allora iniziamo noi a dare un segnale tangibile: il territorio è nostro. Invochiamolo incessantemente, lo Stato, se ne abbiamo bisogno… una, dieci, mille volte. Inviamo PEC, segnaliamo situazioni illegali, facciamolo in tanti ma, per amor di Dio, rialziamoci con fierezza e riprendiamoci ciò che è nostro, perché con questo vittimismo storico, non si arriva da nessuna parte. Nessuno meglio di noi può riappropriarsi con forza della propria terra perché lo Stato che latita, prima ancora di quello che invochiamo ufficialmente ad intervenire, siamo soprattutto noi.