In una delle sue catechesi del mercoledì, Papa Leone ha fatto alcune affermazioni che non sono state evidenziate come avrebbero meritato. Soffermandosi sulla parabola del “buon samaritano” (Lc 10, 25-37), infatti, il Papa ha sottolineato come i primi ad incontrare l’uomo ferito dai briganti, e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada, siano un sacerdote e un levita, che «sono persone che prestano servizio nel Tempio di Gerusalemme, che abitano nello spazio sacro». Dovrebbero essere i più attenti a quell’uomo morente incontrato sul loro cammino, ed invece passano oltre, perché «la pratica del culto non porta automaticamente ad essere compassionevoli». Infatti, ha proseguito Papa Leone, «prima che una questione religiosa, la compassione è una questione di umanità! Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani». In un mondo sempre più disumano, la compassione diventa un segno distintivo dell’essere umani: «Essere credenti e praticanti, essere ministri di Dio, non assicura la compassione, non garantisce che ci lasciamo “ferire” dalla realtà, dagli incontri, dalle situazioni di bisogno in cui ci imbattiamo: prima di essere credenti siamo chiamati a essere umani. Proprio questo essere umani, cioè compassionevoli, diventa occasione per testimoniare il Vangelo», ha commentato L’Osservatore Romano.
A dicembre, siamo chiamati a prepararci prima, e poi a vivere pienamente, il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, del Verbo che si fa uomo, carne fragile e ferita. E le parole di Papa Leone ci aiutano, secondo me, a vivere meglio questo evento, l’evento del Natale. Perché il samaritano si ferma? Egli non è un uomo “religioso” come i primi due, ha spiegato poi Papa Leone, ma «la religiosità qui non c’entra. Questo samaritano si ferma semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto». Non è “buono”, il samaritano: è semplicemente una persona attenta all’altro e se ne prende cura, che si lascia scomodare, che non chiude gli occhi davanti alla povertà e alla sofferenza, che si fa prossimo, e che sa esprimere tutto questo in gesti concreti. Non gli è richiesto, in questo caso, il dono della vita, ma fa quello che dev’essere fatto perché l’altro – che non conosce nemmeno – possa riavere la sua, di vita, possa vedere riaffermata la sua dignità. Ma come sono incisive le parole del Papa: egli fa tutto ciò solo perché è «un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto»! Chi prova compassione, e si fa prossimo a chi è ferito dalla vita prendendosene cura, è solo un uomo, che sta vivendo in modo umano. Gli stili di vita che oggi vengono propagandati come quelli capaci di dare la felicità alle persone, rispondono ad altre logiche: “Pensa a te stesso. Non ci pensare. Fregatene. Ma che t’importa? Meglio non essere coinvolti. Non puoi farci niente”. La conclusione, il punto finale a cui porta tutto questo è la sterilizzazione degli affetti e dei sentimenti. Una ragazza di 16 anni, una “maranzina”, ha recentemente dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera: «Ho accoltellato una compagna di classe, e non ho provato niente. Né paura, né colpa». Ma davvero siamo diversi da lei, noi che quando vediamo le immagini atroci di guerre o sofferenze immani nel mondo, continuiamo tranquillamente a mangiare, o subito cambiamo canale per non vedere? In un suo racconto, Howard Fast mostra in modo ironico la reazione di una tipica famiglia americana degli anni ’50 del secolo scorso alla notizia data dal bambino più piccolo: «Una mano gigante in cielo ha spento il sole!». Ok, fa niente… passami il pane… stasera che programma c’è in televisione?… com’è andata a scuola oggi? Noi tutti non siamo molto diversi, mi sa…
C’è speranza? Certo che c’è! Noi cristiani sappiamo che c’è un “uomo autenticamente e profondamente uomo”, che ha vissuto in pienezza la sua umanità. Gesù di Nazareth è il “vero uomo” capace di mostrarci la via per tornare a essere umani, capaci di compassione e amore. Questo “vero uomo” è colui che a Filippo ha detto che chi vede Lui, vede Dio, perché «Dio è amore! (1 Gv. 4,8.16). In Gesù la pienezza dell’umanità coincide con la pienezza della divinità: chi è pienamente uomo è pienamente Dio. Se vogliamo davvero celebrare il Natale, allora, e cerchiamo di intraprendere un cammino di riscoperta della nostra umanità, per poterci scoprire figli nel Figlio.












