E per gli ultimi cambia solo il nome. Barboni, clochard o mendicanti: una storia che si ripete nei secoli

Le parole hanno sempre un peso: senza fissa dimora, clochard, homeless, barbone? Quanti di noi si saranno chiesti quale sia l’espressione giusta per indicare chi vive per strada. La verità è che molte parole cadono nel disuso. Ad esempio barbone: uomo dalla lunga e folta barba, ma si dice anche barbona. Per quest’ultima ci si chiederà allora cosa c’entri la lunga e folta barba, fatto è che per estensione la parola indica chi vive per strada, senza casa e lavoro, ai margini della società. L’immagine evoca notti fredde, fatte di coperte, stracci e cartoni. La Federazione italiani organismi per le persone senza fissa dimora invita a non usare mai questo termine perché troppo carico di negatività, alla pari di clochard.

Prima dell’espressione persona senza dimora, che traduce l’inglese homeless, si parlava infatti di barbone o clochard. Ciononostante, le cronache usano il termine senza porsi troppi problemi, soprattutto nei casi di emergenza freddo. C’è anche di peggio, perché in alcuni casi il termine viene unito a quello di disabile mentale. Oggi barbone raramente evoca mendicante, colui che chiede l’elemosina, entrambe le espressioni sono cadute in disuso. Mendicante è un termine di origine medioevale, legato prevalentemente alla disabilità, alla non idoneità al lavoro che va dritto al tema della povertà, centrale per la Chiesa, tant’è vero che in quello stesso periodo nascono gli Ordini dei mendicanti. La condizione della disabilità veniva addirittura esaltata con cartelli o altri mezzi, pianto, grida, canti, strumenti, campanelli, atti a suscitare un sentimento di compassione. I poveri vergognosi erano appunto coloro che esaltavano la disabilità per provocare la pietà e anche un po’ il disgusto nei passanti. Addirittura in Europa si diffondono i costumi da mendicante debitamente contrassegnati, quasi una sorta di autorizzazione a fare la questua.  Alcune ordinanze fiorentine del Trecento vietavano ai ciechi (non vedenti!) di stabilirsi in città se privi di mezzi di sussistenza. Nello stesso secolo ai mendicanti era vietato vagabondare; a Genova, nel Quattrocento, i mendicanti furono espulsi dalla città e nel Settecento si fece strada il reato di accattonaggio (cfr. Storia della disabilità, Matteo Schianchi).

Dal mendicante all’abusivo di oggi (lavavetri, venditori di calzini e chi più ne ha più ne metta) il passo è breve. Anche i lavavetri sono stati oggetto di ordinanze sindacali: a Firenze dell’agosto 2007. Ebbene, a questo punto ci si chiederà quale sia il political correct, visto che secondo alcuni l’espressione senza fissa dimora potrebbe far pensare a chi avendo più dimore ne sceglie una a piacere. Secondo altri clochard si ammanterebbe di un che di romantico per indicare chi per scelta vive sotto ai ponti. Senza tetto porrebbe troppo l’accento sul lato materiale e fisico dell’abitazione.

La verità è che al di là delle parole, le persone senza dimora vivono un disagio complesso, che in alcuni casi può portare alla morte, nonostante che alcuni ritengano che sia una scelta di libertà. La sofferenza più grave è data dalla rottura con le reti sociali che provoca un’emarginazione che va oltre la sola sfera economica.

Teresa Stellato