Fuorigrotta: macché centro, questa è periferia. Il disagio sociale nel racconto dei parroci

 

Urgenza è la parola che verrebbe da associare a Fuorigrotta sentendo parlare alcune delle persone che ci vivono, quelle che davanti ai propri occhi vedono passare un bel po’ di vita. Don Pasquale Di Giglio, con la sua barba lunga, è parroco da sei anni al Buon Pastore e S. Francesco di Paola, ma qui ci è nato e cresciuto e il suo punto di vista riesce a cogliere i sintomi di un lento cambio di pelle che sta rendendo il quartiere meno vivibile. A sentirlo raccontare è come se la crisi di cui sappiamo bene – economica, sociale – qui avesse trovato il modo di rendere tutto più fragile. Don Pasquale non è pessimista né si scoraggia. Addirittura quando timidamente gli si chiede com’è fare il parroco, con tutta la burocrazia che accompagna questo compito, lui subito rilancia dicendo che gli piace fare il prete. Poi, non contento, aggiunge «io sono proprio felice!».

Insomma, la barba non gli è cresciuta per noia: solo per dire che nel suo racconto non c’è alcuna vena di pessimismo, ma solo un disincanto utile a raccogliere la sfida.

«Il punto di partenza per capire è la difficoltà economica delle famiglie. Ogni mese duecento famiglie si rivolgono alla Caritas parrocchiale: è un numero elevato e preoccupante. Le scuole segnalano un aumento dell’inadempienza, altro segnale che le famiglie vivono un disagio. Le strade sono sporche e le istituzioni, Comune e Municipalità, piuttosto assenti. Aver spostato il Consiglio Municipale a Bagnoli non è stata una buona idea: politicamente può essere visto come un segno di abbandono nei confronti del quartiere».

All’interno della parrocchia ce la mettono tutta per essere punto di riferimento, ogni attività di catechesi o di servizio viene curata, seguita e si cerca di fare in modo che ogni volta in cui le persone hanno “bisogno” della parrocchia possano essere occasioni di incontro personale. A proposito dell’urgenza di cui si parlava all’inizio, don Pasquale racconta come la costante presenza parassitaria della criminalità organizzata stia diventando ancor più opprimente: «Se da un lato è sempre vergognosa l’invadenza nelle attività dei banchi del mercato (all’acquisto forzato delle buste di plastica, adesso si è sostituito l’obbligo di acquistare il numero della “lotteria”, n.d.r.), da un po’ di tempo stanno aumentando le piazze di spaccio e il fatto che dopo le otto di sera ci sia un coprifuoco di fatto facilita ancor di più le attività illecite».

A poca distanza c’è la parrocchia più grande del quartiere, San Vitale. Don Gennaro Leone ha raccolto da un po’ di anni l’eredità di don Pasquale Borredon venendo da Monterusciello e si schermisce quando gli si fa notare che non deve essere stato semplice all’inizio: «La difficoltà maggiore che si vive qui è che, pur essendo un centro importante della città, viene percepito come periferia. La gestione della cosa pubblica è carente: il parco qui vicino è abbandonato a se stesso e a ragazzini che ne fanno un uso improprio. Per dirne una, i bar che mettono i tavolini sul marciapiede sono un’occasione di incontro, ma forse qualcosa non funziona se ogni giorno altri spazi di marciapiede vengono destinati a tavolini». Anche San Vitale è più che fattiva nella cura degli ultimi, sia con la mensa («Oggi il 30% sono italiani», dice il parroco) sia con le attività del Centro Ascolto con le docce e l’ambulatorio medico.

Alla fine restano l’impegno e la speranza, ma anche la paura che quell’urgenza non sia sentita come tale da chi dovrebbe, forse perché abituati a una lunga emergenza.

 

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All’Immacolata il progetto del parroco-ingegnere

 

Se don Pasquale e don Gennaro riescono a dare una descrizione del quartiere grazie al tempo che ci passano, poco distante c’è qualcuno che dovrà conoscere bene la nuova realtà e dovrà farlo dalla posizione di parroco. Don Alessandro Scotto è parroco a Santa Maria Immacolata dallo scorso settembre e viene dalla sua esperienza di viceparroco al Monte di Procida, e non è poco. «Ovviamente il parroco ha un ruolo particolare, ma in parrocchia si dividono i compiti e le responsabilità. Fare il parroco è solo un aspetto dell’essere prete che è la cosa che più mi piace fare nella mia vita». A supportarlo ci sarà don Enrico, già viceparroco da due anni, oltre a due diaconi che vivono in parrocchia da anni.

La domanda che viene naturale porre a don Alessandro riguarda il modo in cui uno come lui pensa di affrontare il nuovo compito. Sì, perché don Alessandro si è prima laureato in Ingegneria e solo dopo è entrato in Seminario per coltivare la sua vocazione. Allora uno si chiede se un parroco ingegnere ha un modo suo di iniziare un percorso. «In effetti una certa forma mentis è inevitabile che ci sia. Anche quando prego o studio la Bibbia tendo ad avere un approccio sistematico. Nel fare il parroco credo che sia fondamentale elaborare un progetto, valutare le priorità, costruire una squadra che possa aiutare e dare importanza agli strumenti giusti, penso alla preghiera chiaramente. Credo che sia giusto e doveroso dare importanza ai bambini, curarsi di loro, anche perché tra qualche anno alcuni di loro potranno aver voglia di rimanere in questa loro casa per dare una mano». Insomma, il progetto è pronto e la voglia di realizzarlo non manca.

 

Dino Patierno