Il dialetto è una risorsa, salviamolo. Papa Francesco: «E’ il linguaggio familiare dell’amore utile, anche per trasmettere la fede»

Gli italiani, fino al tempo della omologazione mediatica da parte di Mamma Rai, si esprimevano quasi unicamente in dialetto.

Dopo appena mezzo secolo o poco più, il numero dei nostri connazionali che utilizzano ancora il dialetto si è ridotto agli infimi termini, fino a quasi scomparire in tutto il Paese. Un chiaro segnale di rischio di estinzione di una ricchezza collettiva, tanto da far scendere in campo su questo argomento anche l’Unesco con un programma di salvaguardia a livello internazionale a favore della lingua madre che ciascuno di noi ha ricevuto come dono fin da piccolo. Un riconoscimento da parte delle istituzioni offerto ai dialetti quale riconoscimento del loro alto valore culturale e storico; una testimonianza e un invito per l’attenzione da dare a un bene assoluto in possesso delle popolazioni che ancora lo ricordano, lo conoscono e con il quale tuttora si esprimono.

Lo stesso Papa Francesco, recentemente, ha voluto evidenziare l’importanza dei dialetti come tratto d’amore, facendo specifico riferimento al rapporto tra genitori e figli: «La trasmissione della fede soltanto può farsi in dialetto, la lingua intima delle coppie. Nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna… Se manca il dialetto, se a casa non si parla fra i genitori quella lingua dell’amore, la trasmissione della fede non è tanto facile, non si potrà fare».

Ma qual era la lingua madre di Francesco? Era il monferrino. «La mia lingua madre è il piemontese» dice Francesco in una trasmissione di TV 2000 “Ave Maria”. «Con mia nonna – racconta – avevo un legame speciale perché i nonni abitavano a 50 metri dalla nostra casa. Passavo tutta la giornata con loro e parlavano solo dialetto. Potrei dire che la mia lingua madre è il piemontese».

Ma per fortuna da qualche tempo, grazie anche a molte organizzazioni per l’educazione, la scienza e la cultura, a partire dall’organizzazione internazionale Unesco e fino a quelle locali del terzo settore, si può assistere oggi a un nuovo atteggiamento nella presa di coscienza circa la “parlata locale”. Una nuova concezione culturale nei confronti dei dialetti, un atto che intende restituire dignità a questi lineamenti propri della lingua madre. Una concezione per far ravvisare nell’uso dei dialetti non sintomi di ignoranza che possono far risalire a bassi livelli di istruzione, bensì a un elemento per far prevalere l’idioma in un contesto che offra la possibilità di allargare la forma comunicativa nella società in cui si vive: aggiungere una ricchezza a chi ritiene di farne uso. L’accrescimento offerta da una risorsa personale da mettere a disposizione della cultura.

Esattamente in questo ambito si inserisce la pubblicazione del “Saggio storico-grammaticale sul dialetto puteolano” redatto da Salvatore Brunetti. Un libro stampato e presentato al pubblico nella sede di Pozzuoli di Lux in Fabula, l’associazione culturale animata dall’artista visivo Claudio Correale.

Attraverso la lettura di alcuni particolari, nel testo si può rilevare che l’autore riporta in forma piana la grammatica, la scrittura, le coniugazioni dei verbi, la dittongazione per cui alcune curiose particolarità quali la i che diventa ei, la e si trasforma in ae, e così via. In tal modo la famosa puteolana diventa Sofeia Loraen, che è ovviamente ‘A reigeina.

Nel libro è definito «singolare» quando viene riportato che la vocale u viene accompagnata dai puteolani dalla consonante v, per cui uno diventa veuno, paura si pronuncia paveura. Ma è tutta la lettura di questo libro è un susseguirsi di “godimento”.

«Salvatore Brunetti – ha ricordato Claudio Correale all’atto della presentazione – ha prodotto una pubblicazione che aiuta a conoscere meglio uno dei dialetti più caratteristici della Campania; un parlare che si riconosce dall’uso frequente di vocali e che suscita la curiosità di tanti. Una pubblicazione che aiuta a conoscere meglio uno dei dialetti più caratteristici e curiosi della Campania».

Aldo Cherillo