Il mese delle missioni: in Africa ricordando Imma Di Costanzo. La famiglia sulle tracce della volontaria scomparsa

Papa Francesco ha chiesto di vivere nel mese di ottobre un tempo straordinario di missionarietà, in occasione del centenario di promulgazione della Lettera apostolica Maximum illud di Benedetto XV (30 novembre 1919) e per sottolineare quando sia importante oggi rinnovare l’impegno missionario della Chiesa. Un mese segnato anche dal Sinodo Speciale sulle Chiese in Amazzonia che sarà realizzato in Vaticano, in risposta all’emergenza ambientale planetaria. Il Pontefice invita tutti i battezzati. Occorre impegno e coraggio. Significative in tal senso le iniziative realizzate quest’estate in Africa dai genitori di Imma Di Costanzo, in memoria della figlia.

 

Una storia di vita, di testimonianza vera, quella che moltiplica il bene. La famiglia Di Costanzo parla di Imma e dell’Africa: il papà Giorgio e la mamma Angela, insieme a Vincenzo, uno dei suoi fratelli, sono partiti per l’Uganda il 27 luglio, dove sono rimasti quindici giorni. Imma ci ha lasciato a gennaio del 2018, ma la sua memoria resta vivida nelle menti di chi l’ha conosciuta e ha trasformato la vita della sua famiglia. A raccontare di lei anche il fidanzato Maurizio e il fratello Antonio».

Come nasce il vostro impegno?

«Imma aveva un forte desiderio di andare in Africa, ma noi avevamo paura. Le dicevamo che il bene si può fare anche qui, senza rischiare, ci siamo convinti solo dopo un anno e siamo stati coinvolti nella raccolta fondi per la costruzione di un pozzo in Uganda, quando Imma era in procinto di partire. Una volta rientrata, il suo impegno è proseguito con molta più determinazione e noi ci siamo lasciati coinvolgere in tante iniziative. Ci ha travolto con il suo entusiasmo e ci diceva sempre che andare lì cambiava la prospettiva. Noi ci siamo stati questa estate e possiamo dire che aveva ragione. Quando tocchi con mano senti che devi fare qualcosa e così abbiamo cominciato a coinvolgere un numero sempre maggiore di persone».

Cosa avete fatto in Uganda?

«Siamo stati accolti da suor Giuseppina e dall’arcivescovo monsignor Emmanuel Obbo, persone speciali. Conoscevano bene Imma, che era rimasta in contatto con loro dopo il suo viaggio. Andare nei posti che lei aveva visto, incontrare le stesse persone, per noi è stato importante. La sentivamo con noi e siamo convinti che lei è con noi tutti i giorni. Abbiamo partecipato all’inaugurazione di quattro pozzi e una sala operatoria. Il momento più forte è stato quando abbiamo inaugurato il pozzo che oggi reca la targa in sua memoria, era il 5 agosto, il giorno del suo compleanno. È stata una vera e propria festa che ci ha riempito di felicità! Sulla targa è riportata una sua frase “La vita è bella! La vita è Santa! Più si dona, più si è vicini a Dio”. Questa è l’eredità che ci ha lasciato, l’amore per la vita e il dono come unico mezzo per darle un senso».

Quindi donarsi è la strada che questa esperienza vi ha indicato…

«Sì e abbiamo deciso di proseguire. Vogliamo dare continuità ai desideri di Imma, far crescere questa esperienza di solidarietà e missionarietà. Abbiamo scelto di farlo attraverso l’associazione I Care, che ha accompagnato Imma in Africa. Forse un giorno costituiremo un’organizzazione a suo nome, per adesso questo resta un sogno nel cassetto».

Quanta forza aveva Imma e quanta ve ne ha lasciato?

«Il motore di Imma era la Fede. Siamo sempre stati una famiglia cattolica, impegnata nel sociale, ma questa esperienza ci ha fatto toccare con mano che la Fede è l’unica salvezza. Abbiamo pregato per un miracolo e per noi il miracolo era la guarigione. Oggi sappiamo che il vero miracolo è che siamo qui, uniti e desiderosi di vivere la vita pienamente. Durante la malattia – ha sottolineato Angela – ho sempre creduto che da madre, non sarei sopravvissuta alla morte di mia figlia. Oggi invece ho sperimentato che, nonostante l’immensa sofferenza, non è così. Non posso permettermi di essere arrabbiata con la vita, per suo rispetto. Non le ho mai sentito dire: “Dio, perché a me?”. Questo è il nostro miracolo».

Daniela Iaconis