Il volontariato e l’Africa. Diario di bordo di uno studente di medicina puteolano

Da Pozzuoli al Ghana, in Africa occidentale, sulle orme di Imma Di Costanzo, giovane puteolana scomparsa recentemente. Questa l’esperienza vissuta da Mario Viglietti, studente di medicina, insieme ad altre ragazze della pastorale giovanile diocesana. Appena giunti nel Paese, i giovani sono entrati in contatto con la critica situazione economica e sociale ghanese. Da anni si sta evidenziando come il sistema corrotto sia ormai un freno allo sviluppo, perché pagare tangenti per ricevere in cambio delle agevolazioni sembra essere l’unico modo per andare avanti. Mario e le ragazze hanno anche visitato i posuban nelle città di Elmina e Cape Coast, edifici di epoca coloniale e castelli oggi trasformati in musei, a testimonianza della tratta degli schiavi.

 

Quanto vale un sì? Un sì può non valere nulla, ma a volte, se viene detto al momento giusto può aprire vie inaspettate: il mio è valso una missione in Africa!

Ricordo che era fine dicembre, tutti piangevano la nostra Imma, e anche io, guardando il video della sua missione africana, rimpiangevo di non averla conosciuta di più. Il giorno dopo, mi preparavo per uscire, quando mi chiama Lucrezia, studente in medicina come me, per dirmi che sarebbe andata in Africa e mi chiede se voglio partire con lei e Danila. In un attimo sono un tripudio di emozioni, gioia, tristezza, ansia, ma le dico “sì, ci sto”. In un attimo cambia tutto, avevo il desiderio di comprare uno scooter nuovo: ma le energie saranno spese per questo nuovo obiettivo. Sono mesi lunghi di preparazione; ma il tempo passa più in fretta del previsto, tra studio, esami, vaccinazioni e rinunce (per evitare di spendere soldi).

Il fatidico 2 agosto arriva, sono le 23 quando prendiamo l’autobus per Roma. Passando per Istanbul (dall’Italia per il Ghana non c’era alcun volo diretto), arriviamo per le 19 in aeroporto ad Accra. Usciti è una bolgia, c’è chi prova a portarci il bagaglio e chi si finge un addetto alla sicurezza per estorcerci dei soldi (riuscendoci!). Sulla strada verso Tema, dove abita la madre di Sheila, la nostra tutor, veniamo fermati dalla polizia che chiede dei soldi con la minaccia di portarci in caserma (glieli abbiamo dati!). Questo episodio abbassa un po’ il morale del gruppo.

Trascorriamo li quattro settimane, organizzate dall’Associazione Oikos Onlus: dal lunedì al venerdì siamo in ospedale come volontari e il weekend approfittiamo per andare in giro. Prestiamo servizio in due ospedali: il pubblico Princess Marie Louis Children’s Hospital di Accra, a Jamestown, molto povero e in pessime condizioni igieniche, caratterizzato dalla costante puzza di fogna; il privato Sinel Hospital, a Tema, di proprietà di un medico figlio di madre svizzera, che è poi tornato nella terra natale del padre. Due realtà agli antipodi, accumunate però da una cosa: la competenza e la dolcezza dei medici, che facevano del loro meglio nonostante le avverse condizioni e l’impossibilità di aiutare chi non avesse un’assicurazione. Tante emozioni: tanta gioia nell’assistere al nostro primo taglio cesareo, ma anche tanta angoscia nel vedere un bambino malato di AIDS, moribondo su una barella, senza cure perchè privo di assicurazione o soldi per pagare i trattamenti. Bello è stato anche collaborare al progetto di screening sul cancro del dottor Nartey, nato, cresciuto e laureatosi a Londra, che però ha deciso di tornare con la madre in Ghana.

Nei giorni liberi abbiamo visto tante cose, dalle cascate di Wli, dove siamo andati col gruppo parrocchiale di una chiesa battista, al Parco nazionale, al castello di Cape Coast (uno dei circa trenta cosiddetti “castelli degli schiavi”, costruiti sulla Costa d’Oro dell’Africa occidentale dai commercianti europei, utilizzati fra il XVI e il XIX secolo nella tratta atlantica degli schiavi africani, che venivano ospitati in queste fortezze prima di essere caricati sulle navi e venduti nelle Americhe). Ma l’esperienza più toccante è stata visitare il villaggio di Twumwusu: 900 persone che vivono in mezzo agli alberi di cacao, in case fatte di terra, prive di acqua e corrente elettrica. Porto quelle persone nel cuore e ho promesso che non le avrei dimenticate.

A dispetto di quello che tanti mi dicevano, penso che l’Africa non genera supereroi, nè cambia la vita, ma sicuramente ti rende più capace di donare, ringraziare, apprezzare e comprendere. Sì, in questo sono tornato diverso.

Mario Viglietti