La dignità sul lavoro: a Pozzuoli sulle tracce di Ottiero Ottieri nella fabbrica del visionario Adriano Olivetti

60 anni fa veniva pubblicato il romanzo Donnarumma all’assalto, storia e cronaca di un disoccupato che fa di tutto, anche stalking, per entrare all’Olivetti di Pozzuoli. L’autore, Ottiero Ottieri, fu tra l’altro, anche il primo capo del personale dell’azienda puteolana e utilizzava tecniche di selezione allora molto all’avanguardia. Dopo di lui, altri straordinari nomi del panorama intellettuale italiano ricoprirono la funzione: Paolo Volponi, poeta, già capo del personale della Fiat, e Cesare Musatti, psicanalista. L’Olivetti di Pozzuoli rappresentava un’utopia realizzata grazie al “visionario” Adriano Olivetti i cui risparmi, come testimoniò il suo esecutore testamentario, Nerio Nesi, erano tutti investiti in azioni dell’azienda: niente all’estero, niente investimenti in beni immobili. Possiamo parlare, per questa fabbrica, di un miracolo nell’Italia degli anni ’60, e nei decenni successivi, dovuto alla genialità dell’imprenditore, di formazione socialista, e alla sua forte cultura umanistica. Una rivista che tutti abbiamo amato, Comunità, ha contribuito alla formazione di molti intellettuali.

Ancora oggi le case del “Rione Olivetti” respirano luce e, con gli alloggi per gli operai che lavoravano alle seterie di San Leucio, volute dai Borbone, sono un esempio insuperato di orientamento alla dignità del lavoro. Ci è spesso capitato di leggere i biglietti da visita delle “Spille d’oro”, lavoratori con quarant’anni di servizio, recare in grassetto “ex dipendente Olivetti”, come a sottolineare un’orgogliosa appartenenza.

E sono gli stessi lavoratori che incontrammo alcuni anni fa, quando organizzammo la festa dei cinquant’anni di questa fabbrica. Un caso analogo lo abbiamo riscontrato nei biglietti da visita di quelli della Fincantieri: “operaio navale”. Lo spirito dei dipendenti Olivetti era tale per cui, durante un periodo di crisi dell’industria meccanica, andavano, a Ivrea, a lavorare senza stipendio per solidarietà con l’impresa.

Tutti i flegrei sanno che l’edificio, progettato e costruito dall’architetto Cosenza, sembrava (e sembra) piuttosto un residence che uno stabilimento (“una prigione quadrata e senza scampo”, secondo la definizione che Marx diede della fabbrica), dotato di una biblioteca di 15.000 volumi, oggi custodita da quella di Pozzuoli. Uno sguardo ai titoli di allora dà molte informazioni sugli obiettivi di formazione di Adriano Olivetti: dalle grandi enciclopedie ai classici della letteratura, ai saggi di vario genere, ad argomenti tecnici, a libri di viaggi, dispense.

Ma che fine fece Donnarumma? Riuscì nell’assalto? Sì, ma perché Ottieri, valutatore di risorse umane, capì in che modo utilizzare la sua tenacia. Ottieri ha scritto pagine memorabili sulla sua esperienza di selezionatore. Era così attento che, davanti a una candidata che, come facevano molte, non chiese «un posto qualunque, pure a pulire i cessi» andò di persona a prelevarla, per assumerla, nel vicino comune di Santa Maria (Bacoli) in “località grotte” (Lucrino, zona “Stufe di Nerone”). Oggi, dopo la deindustrializzazione dell’area flegrea la cui conseguenza è stata una carenza di civiltà e di democrazia (civiltà e democrazia hanno nella fabbrica il loro Campo di Marte) sono moltissimi i Donnarumma, operai geniali cui hanno tagliato i pollici, gente che sa usare “la chiave a stella” (Primo Levi) ma non ha più stelle in cielo da avvitare. Perché? A parte discorsi di carattere tecnico (p.es. la meccanica, fulcro dell’Olivetti, fu sostituita dall’informatica), le cause, generali, non solo flegree ma globali, vanno ricercate nell’assenza di imprenditori consapevoli del proprio ruolo, oggi tutto incentrato sul business “mordi e fuggi”, sul maggior profitto col minimo costo per cui l’uomo è un costo e non un investimento a fecondità ripetuta.

«Il suo dovere è guadagnare», disse a un industriale il mitico governatore Bankitalia Guido Carli. Perché è un dovere? Perché un imprenditore serio reinveste gli utili garantendo il futuro della società e perché per lui il danaro è lo strumento per autorealizzarsi, creare, continuare ad avere una “visione”: non ne ha bisogno per accumulare “cose”. Recentemente, inviata da un grande quotidiano, è venuta nei Campi Flegrei Maria Pace Ottieri, figlia dello scrittore, giornalista scrittrice anch’ella, per rispondere alle domande «chi era Donnarumma? Chi sarebbe oggi?». Una risposta ce l’ha data una “spilla d’oro” ancora sulla breccia, Raffaele Mirabella (nella foto con Maria Pace Ottieri, Mimmo Grasso e Iaia de Marco, n.d.r.): «Donnarumma oggi è un disoccupato o un precario ai cui diritti si dà l’assalto».

Mimmo Grasso