L’eredità di don Riboldi, vescovo e maestro, sempre in prima linea. Il ricordo di monsignor Pascarella

Quante volte “don Antonio” (è così che familiarmente voleva essere chiamato), facendo riferito al Rosmini, fondatore della Congregazione religiosa di cui è stato membro, ci ha indicato il cammino della vita come un susseguirsi di “chiamate”? La chiamata alla vita, la chiamata alla fede e alla comunione nella Chiesa, la chiamata specifica ad un ministero e ad uno stato di vita, la chiamata alla Vita eterna, alla pienezza della vita. E ora è arrivata per lui quest’ultima chiamata.

Come non pensarlo ora nel “seno” del Padre?

La sua vita è stata caratterizzata dalla misericordia, coniugata nelle sue molteplici sfumature: attenzione concreta alla gente che viveva nei “bassi” di Acerra; denuncia coraggiosa (anche la denuncia profetica è un’opera di misericordia!) di un male che affliggeva (e purtroppo non è ancora stato estirpato e sta contagiando le nuove generazioni!) il nostro territorio: la camorra; ascolto e incontro con terroristi, che stavano rivedendo la loro vita, e anche di camorristi pentiti; la sua presenza dovunque la dignità dell’uomo era ferita o negata per affermare che prima di tutto c’è la persona e poi vengono le varie aggettivazioni.

Ho avuto la gioia di poter collaborare con lui fino a quando sono stato chiamato ad essere vescovo ed è lui che mi ha imposto le mani il giorno della mia ordinazione episcopale verso la fine del suo mandato.

All’inizio della collaborazione mi ha lanciato nel servizio concreto ad alcune famiglie bisognose. Ero come le sue mani e i suoi piedi che portavano aiuto e vicinanza a chi viveva in situazione di povertà, soprattutto nei momenti in cui tutti festeggiavano come il Natale.

Quella esperienza ha come messo un “marchio” al mio ministero sacerdotale ed episcopale: avere “l’odore delle pecore”, direbbe Papa Francesco.

Poi mi ha affidato la pastorale vocazionale e quella giovanile. Ho condiviso con lui la fatica e la gioia che questo servizio comporta. Egli mi ha sempre dato fiducia e mi ha incoraggiato a non mollare mai, soprattutto quando i frutti non arrivavano. Quante volte mi ha ripetuto che nel nostro territorio i giovani sono ancora un terreno buono. Egli, che girava tutta l’Italia, in ambienti ecclesiastici e non, invitato soprattutto per portare la sua testimonianza, ritornando ripeteva come un ritornello: «Qui, nelle nostre assemblee, ci sono ancora giovani; dovunque vado vedo soprattutto capelli bianchi!».

Ricordo con gratitudine i suoi interventi nei diversi incontri diocesani di giovani e famiglie insieme.

Don Antonio è stato capace di coinvolgere non solo i pochi giovani delle parrocchie, ma anche tutti quelli delle scuole per dire no alle associazioni malavitose, smascherando la copertura “buonista” che qualcuno voleva dargli e affermando con forza che il male rimane sempre male, e per dire sì ad una convivenza fondata sulla giustizia e sul rispetto delle persone e delle regole.

Smantellare una mentalità diffusa che riteneva innocua o un fenomeno marginale quello della camorra non è stato facile. Vivo è il ricordo dell’omelia nella festa dei Santi Patroni della città, quando invitò tutti a non «rintanarsi come i topi, ma ad uscire e a far sentire la propria voce». Nel territorio vivevamo una sorta di coprifuoco per le numerose uccisioni che si susseguivano.

Don Antonio ci teneva a ripetere che la sua azione non era rivolta “contro” qualcuno, ma un invito alla conversione rivolto a tutti.

Spingeva innanzitutto noi preti in un cammino di cambiamento spirituale e pastorale.

Egli trovò un presbiterio disunito, per la fase di stallo che la diocesi di Acerra stava vivendo da 11 anni («Rimarrà oppure no come diocesi?» – questa domanda risuonava spesso in quegli anni).

Durante il suo ministero episcopale i presbiteri hanno risposto ai suoi ripetuti appelli alla comunione e alla fraternità sacerdotale. Esercizi spirituali vissuti insieme, ritiri mensili sempre più curati, organismi di partecipazione rivitalizzati… tutto questo ha portato i suoi frutti!

Ha sempre dato grande fiducia a noi suoi collaboratori. Questo ci ha spinto ad essere “creativi” nella comunione.

Sotto la sua guida si è avviata la Scuola di Formazione Teologica Diocesana e i Convegni Ecclesiale Diocesani da incontri per i preti e qualche laico sono arrivati a coinvolgere tutto il Popolo di Dio.

Le sue conoscenze, frutto del suo impegno e dei suoi viaggi, sono state una ricchezza per la nostra Chiesa. Nei nostri convegni e nei nostri incontri hanno portato il loro contributo persone ricche di profonda umanità e di alto spessore intellettuale come il cardinale Carlo Maria Martini, lo scrittore Italo Alighiero Chiusano e il fisico Antonino Zichichi.

Lavorando a stretto contatto con don Antonio ho scoperto che qualche limite ce l’aveva anche lui! Ho appreso che anche nelle umane fragilità non bisogna perdere un valore umano fondamentale: l’onestà intellettuale. Aveva un carattere forte e quando c’erano visioni diverse, proposte che non collimavano con le sue, ne soffriva. Ci ritornava su ed era sempre pronto a cambiare quando in coscienza riteneva che la proposta degli altri era migliore della sua!

Sono da più di 18 anni vescovo e certamente il rapporto con lui mi ha preparato a questo servizio. Il suo rapporto semplice con la gente, il puntare all’essenziale, senza formalismi liturgici e pastorali, il linguaggio semplice, l’attenzione alle ferite della gente, la centralità della comunione e della fraternità, il coraggio della denuncia profetica, l’urgenza della formazione continua … sono stati e sono punti di riferimenti.

Come non esprimere, ancora una volta, a don Antonio la mia gratitudine?

Appena ho saputo della sua morte ho pensato: «In paradiso c’è un altro protettore!». Egli può continuare a fare bene per la nostra Chiesa anche dal Cielo!

Il vescovo Antonio ci lascia una grande eredità; noi gli esprimiamo il nostro affetto se non la lasciamo cadere. È una eredità che è parte delle radici della nostra Chiesa.

 

+ Gennaro, vescovo