Parole in libertà: Il Convegno ecclesiale diocesano come “scuola di sinodalità”, ovvero come camminare insieme e ascoltare gli altri

 

Tranne il famoso Gennaro Imparato della nota freddura, si sa che “nessuno nasce imparato”. Non c’è cosa, cioè, nella nostra vita che non dobbiamo imparare, dalle cose più basilari a quelle più banali… da camminare e parlare, mangiare da soli, leggere e scrivere, a guidare un’auto, cantare e ballare, fare i cruciverba, e così via. E per imparare, si sa, si va a scuola, fosse pure la scuola guida, o quella di un collega più anziano… magari, è la scuola della vita, o quella della strada. Però, una cosa è certa: ogni essere vivente, e l’uomo non fa eccezione, dal momento della sua nascita è in una continua fase di apprendimento. Pensavo a questo, e l’ho anche detto a chi mi stava ascoltando in quel momento, mentre vivevamo il Convegno Ecclesiale Diocesano a fine settembre. Non si capisce, infatti, perché sembra quasi che alcune cose si debbano escludere dal novero delle cose che dobbiamo imparare: ad esempio, pregare, o vivere la sinodalità. E invece, se c’è una cosa fondamentale che siamo chiamati ad imparare continuamente nella vita è proprio il relazionarci con coloro che sono diversi, “altro” da noi: a partire dall’Altro per eccellenza (e la preghiera è, appunto, la nostra relazione con Dio), per arrivare agli “altri”, soprattutto coloro che camminano con noi lungo lo stesso cammino di fede. E questa è la sinodalità. Ecco, se qualcuno mi chiedesse cos’è stato per me il Convegno, risponderei che è stato una vera e propria scuola di sinodalità, dove facendo esperienza di “camminare insieme” abbiamo imparato cosa essa sia, e come si possa realizzare.

Dietro l’affermazione che il Convegno sia stato una vera e propria scuola di sinodalità, c’è anche la consapevolezza che “studiare” non è facile. Apprendere qualcosa di nuovo non è mai cosa che si fa a cuore leggero, e la materia “sinodalità” non fa eccezione. È difficile, e costa fatica, aprire i nostri orecchi per ascoltare gli altri, e soprattutto per discernere ciò che lo Spirito dice alle Chiese (Ap 2,7). Non è facile, ma è un compito ineludibile, dal momento che è ciò che il Signore chiede alla Chiesa del terzo millennio perché ritrovi la freschezza e la bellezza delle origini, «senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,27). L’ascolto reciproco, ad iniziare da quello delle relazioni che hanno affrontato il tema del Convegno dal punto di vista biblico e da quello pastorale; lo stare insieme nei laboratori; il condividere esperienze e idee, ma anche sogni e speranze; il pregare insieme; e anche – perché no? – prendere insieme un caffè o fumarsi una sigaretta nelle pause, scambiandosi impressioni e perplessità… ecco, tutto questo è stato il Convegno, ma è stato anche sinodalità. Che non è una nuova moda destinata a scomparire come tutte le mode, ma è scoprirsi ogni volta popolo in cammino verso Dio. Certo, l’immagine del Convegno come scuola ha anche un altro risvolto, che non mi sembra giusto ignorare. C’è anche la cosiddetta “evasione scolastica”! Il fenomeno, cioè, per cui chi sarebbe dovuto essere presente non lo era, facendo così mancare il proprio contributo. Non è una piccola parte, purtroppo. Forse hanno inciso anche fattori diversi da quello di uno scarso interesse o di una precisa volontà di non partecipare: penso, ad esempio, ai giorni e agli orari scelti. Forse, iniziare il Convegno nel tardo pomeriggio di un venerdì, giorno lavorativo, ha impedito a molti di partecipare, ad esempio. Dovremo, nella logica della sinodalità, ascoltare anche questa situazione, e vedere tutti insieme cosa si possa fare per migliorare. E magari, se qualcuno avesse qualche proposta, perché – sempre in spirito sinodale – non la condivide con tutti noi?

Pino Natale