PAROLE IN LIBERTA’. La sanità vista da un letto d’ospedale

Qualche lettore attento si sarà accorto che negli ultimi numeri non ero tra i collaboratori di Segni dei Tempi. Qualcun altro, più informato, avrà saputo che il vero motivo di una tale assenza era una degenza ospedaliera prolungata. Nulla di grave, per carità, però qualcosa da non prendere sottogamba sì. Così, sono stato ospite di due diversi ospedali cittadini in totale per 50 giorni, praticamente quasi due mesi. Uno dei due ospedali è stato il “San Paolo”, che a giugno, ricorderete, è salito agli onori della cronaca nazionale per le formiche che avevano invaso il letto di una degente. Stare in ospedale tanto tempo, poter osservare il funzionamento di un singolo reparto, venire a contatto con tante persone (medici, infermieri, malati…), mi ha permesso di poter comprendere molte cose. Ma, ancor più, ha suscitato in me tante domande. Ho compreso, ad esempio, che tutti coloro che in un modo o in altro prestano la loro opera in un ospedale sono persone eccezionali, che hanno qualità umane e competenze professionali notevoli. Certo, c’è sempre la classica “eccezione che conferma la regola”, e forse è anche più di una: ma in tutta coscienza, posso dire che davvero pochissimi si sottraggono al loro dovere, o non hanno presente il bene dei pazienti. Ho assistito anzi a episodi molto belli, di vera condivisione delle difficoltà degli ammalati da parte di chi lavora in ospedale, talvolta davvero eroici nel loro servizio. E questo è il punto: se è vero tutto ciò, se tutti – ognuno per la propria parte – cerca di dare il massimo da ogni punto di vista (umano e professionale), da dove nascono queste difficoltà?

Che la sanità, in particolare quella campana, sia un settore in profonda crisi, non è cosa che scopro io adesso a causa di questa mia esperienza, comune purtroppo a tantissime persone. E non è questo il luogo adatto per esaminare i reali motivi di una tale crisi. Però, continuo a chiedermi: perché? Le risposte che mi sono state date convergono tutte su un punto: manca la volontà politica di sanare questo settore, di mettere mano ad un serio rinnovamento delle strutture, di fornire servizi adeguati alla dignità della persona. Si vuole favorire, mi si è risposto da più parti, l’iniziativa privata rispetto alla sanità pubblica (per intenderci, cliniche o centri di assistenza privati, e non gli ospedali). Non dovrebbe essere il contrario? Non dovrebbe essere questo, invece, un settore in cui far convogliare le risorse più importanti, in cui operare i maggiori sforzi di risanamento? Lo Stato, la Regione, o comunque qualsiasi forma di Amministrazione pubblica abbia a che fare con questo ambito, non dovrebbero avere tra i propri doveri primari quello di assistere dal punto di vista fisico, psicologico e morale la persona che si trova in uno stato di sofferenza? Non è forse vero che l’art. 32 della Costituzione sancisce che «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»? Ovvio che in strutture private tale gratuità viene meno… E questo provoca in me un’altra domanda, forse retorica come quelle poste finora: ma chi sono, poi, le principali vittime di questa situazione, di questa mancata volontà di privilegiare la sanità pubblica (e il degrado di un fondamentale presidio per la salute della popolazione di interi quartieri, come l’Ospedale “San Paolo”, lo dimostra)? Quelli, indubbiamente, che non possono permettersi di andare in costose strutture private, o che non possono rivolgersi ai “professoroni”… in una parola, la “povera gente”, la gente comune, gli “scarti della società”, come li chiama Papa Francesco. I poveri, insomma. Lo so, sono considerazioni banali, ovvie, persino populistiche o superficiali. Ma nascono da un’esperienza concreta, e sono convinto che molti fanno queste stesse considerazioni e si pongono queste stesse domande. Che confluiscono in un’altra, finale, ma per noi cristiani decisiva: ma davvero su tutto questo, come Chiesa non abbiamo niente da dire? I laici cristiani, non dovrebbero avere di vista anche qui il “bene comune”? E su questo, cos’hanno da dire? Forse dovremmo essere più coraggiosi, e non solo denunziare ciò che non va, ma soprattutto – e per me questa è la vera sfida ancora aperta davanti a noi – dovremmo dare vita a un nuovo impegno laicale nella “città degli uomini”, nella politica, nella cultura, nel sociale. Perché, finalmente, il “nuovo umanesimo” diventi concreto, e non solo oggetto di chiacchiere da salotto ecclesiale.

Pino Natale