PAROLE IN LIBERTA’. Ognuno di noi ha il suo venerdì santo

L’anno scorso, lo ricorderanno i miei amici lettori di SdT, ho attraversato un periodo difficile per quanto riguarda la mia salute. Anche se vi sono strascichi, ora va tutto per il meglio, sono – come dice il chirurgo che mi ha operato – in un percorso di guarigione, e devo dire che trovo molto bella quest’espressione. Ma la cosa più importante è che questo periodo, l’anno scorso, ebbe inizio nella notte tra il venerdì e il sabato santo. Insomma, non potetti celebrare la Pasqua – avrebbe detto Gesù: non ho potuto «mangiare la Pasqua con i miei fratelli nella fede» (cfr Mc 14,14) -, ma tutto per me si è fermato al venerdì santo! Diverse volte ho detto, in modo scherzoso, che da allora sto vivendo un venerdì santo prolungato. Uscendo dal caso personale, a me sembra che in questa situazione ci ritroviamo un po’ tutti, in un modo o nell’altro. Ognuno di noi vive un suo personale “venerdì santo”, una sua realtà di fragilità, sofferenza, morte: siamo inchiodati a quella croce, proprio come poveri cristi, e spesso gridiamo come Lui con voce rauca il nostro personale «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». E come Lui, sentiamo l’oscurità avvolgerci, la nostra vita smettere di avere senso, le nostre forze abbandonarci. Siamo crocifissi, con il Crocifisso!

In questo “venerdì santo” prolungato, ho avuto modo di tornare spesso a questa dimensione della vita di ognuno. Mi sono reso conto che non si tratta di “dolorismo”, così qualcuno l’ha chiamato, o di una visione pessimistica della vita. Al contrario, si tratta di una visione realistica dell’essere umano, che non sfugge alla verità, ma l’assume in modo serio e pieno.

La verità fa male, è vero, ma ci fa liberi, ci dice Gesù. E la verità è che siamo tutti segnati da ferite, fragilità, povertà fisiche e interiori. Nessuno può pensarsi esente dallo sperimentare il dolore della vita. È talmente chiaro ciò, che anche elevate filosofie come quella di Buddha partono da questa constatazione: tutti fanno l’esperienza del dolore e della morte, della sofferenza e delle proprie fragilità. Ma la fede cristiana alza il tiro, non si ferma a quello che sperimentiamo tutti ogni giorno. No, ci fa alzare lo sguardo e ci ricorda continuamente che il venerdì santo non è l’ultimo giorno, che vi è l’octava dies, l’ottavo giorno: il primo dopo il sabato, il “giorno del Signore”, il giorno della Risurrezione. Vi è un diverso orizzonte, che non cancella le nostre sofferenze o le nostre ferite, ma dà loro un altro significato: ad lucem per crucem, dicevano i nostri Padri nella fede, la croce è essenziale per arrivare alla luce della Pasqua. Eppure… eppure non è tutto qui: questo schema di pensiero lo conosciamo bene, ma spesso sembra solo consolatorio, un tentativo di risposta che non soddisfa pienamente e non placa l’ansia della vita che ci pervade. Insomma: sì, nel letto di ospedale ero certo che alla fine anche per me sarebbe arrivata la Pasqua, ma mi chiedevo il perché di tutto questo… e non mi ha mai soddisfatto pensare che era inevitabile, che non potevo farci niente perché è “comune eredità” degli uomini. E poi, ad un certo punto ho compreso una cosa, che mi piace condividere con tutti voi: la croce non è solo lo snodo ineliminabile da cui passare per giungere alla tomba vuota, ma è essa stessa «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24). La fragilità, le ferite, la povertà che sperimentiamo non solo accompagnano il nostro personale percorso di guarigione, ma sono esse stesse guarigione e pienezza di vita.

Lo so, sembra una sciocchezza, una pazzia, ma non si pensava questo anche ai tempi di san Paolo? E però, è l’unica pazzia “sensata”: le mie fragilità non mi condannano, non sono la mia morte, ma se le accolgo permettono all’amore di Dio di manifestarsi nella mia vita. Esse sono la via unica attraverso la quale il Regno di Dio si fa incontrare da me. La mia debolezza è la mia vera forza, insomma. C’è un’immagine che ho molto rivalutato, negli ultimi tempi, perché fa capire in modo intuitivo quello che voglio dire: è l’immagine delle ferite che sono “feritoie”, attraverso le quali la luce entra, anzi, che diventano esse stesse luce (provate a guardare una simile feritoia, vedrete solo la luce…)! Ecco, allora, il mio personale augurio a tutti voi, amici lettori di SdT: possiate sperimentare sempre che le nostre fragilità, le nostre ferite, sono la nostra vera salvezza. Buona Pasqua!

Pino Natale