Parole in libertà: Aquarius e il senso di responsabilità. Il punto non è se accogliere o no lo straniero, ma come

Aquarius, fino a poco tempo fa, era per me, e penso per molti, solo una splendida canzone del musical Hair: una canzone pacifista e antimilitarista, che vagheggiava l’avvento di una nuova era, quella dell’Acquario, in cui «la pace guiderà i pianeti e l’amore governerà le stelle», e vi saranno ovunque «armonia e comprensione, simpatia e ricchezza, non più falsità e derisione». Era una canzone manifesto della controcultura hippie, che sembra lontana anni luce, e invece risale a solo una cinquantina di anni fa (il mitico ’68, per intenderci…). Oggi invece evoca una nave piena di oltre 600 disperati provenienti da diversi luoghi dell’Africa e soccorsi in mare da numerose navi (comprese, non dimentichiamolo, motovedette italiane), alla ricerca di una vita migliore in terre lontane, costretti a vagare per il Mediterraneo in cerca di un porto. Una vicenda che ha suscitato molto scalpore, e su cui si è aperto un dibattito intenso nel Paese. Ognuno si è sentito coinvolto, e forse per la prima volta da molto tempo si è avuta la sensazione che l’apatia e il disinteresse non siano mostri ormai invincibili: quando sono in gioco valori fondamentali, e temi portanti che riguardano il vivere insieme, c’è ancora passione e voglia di partecipazione, di dire la propria. Ovviamente, ma questo rientra nella logica delle cose, le posizioni si sono polarizzate, pur essendo molto frastagliate, sul “sì o no” alla decisione del Governo di chiudere i porti italiani, in modo da impedire l’attracco alla nave. Un grande dibattito, dunque, e una marcata contrapposizione: anche all’interno del cosiddetto “mondo cattolico”, insomma nella Chiesa.

La questione è chiaramente molto complessa, e non è mai un bene semplificare troppo ciò che semplice non lo è. A me sembra però che alcune brevi considerazioni si possano fare.

In primo luogo, come cristiani dobbiamo guardare alla Parola di Dio, che dev’essere sempre il nostro principale punto di riferimento. E come ci ricorda il gesuita Padre Bastianel, uno dei massimi moralisti italiani, nella Bibbia, sin dall’Antico Testamento, «il senso di responsabilità collettiva che fa solidali nel benessere e nella difficoltà è singolarmente congiunto con una viva attenzione allo straniero: l’ospite è come un membro della grande famiglia, che lo protegge e lo difende, ai cui diritti egli partecipa per il tempo dell’ospitalità… Il senso di solidarietà e l’apertura allo straniero sono due elementi che continueranno a dare forma» al modo di comportarsi dell’uomo della Bibbia, fino al Nuovo Testamento: a quel ero straniero e non mi avete accolto (Mt 25,43), richiamato da Ravasi, contro cui in tanti si sono scagliati. L’orizzonte della fede esige un’accoglienza senza se e senza ma: mi sembra importante sottolinearlo, soprattutto nei confronti di chi si è voluto lanciare in esegesi ridicole o inventate di sana pianta. Da cristiani, non possiamo venire meno a questo imperativo morale dell’accoglienza, e si badi che nella Bibbia non si fa mai questione dei motivi per i quali si è “stranieri”: non importa, insomma, se si tratta di rifugiati politici o di migranti economici, o di qualsiasi altra categoria si voglia inventare. Come disse una volta il parroco di Lampedusa, «a noi piace solo chiamarli fratelli»! Detto questo, non è detto tutto. Perché la domanda non è se accogliere o meno, ma come. Una cosa è la realtà ideale, un’altra quella fattuale: e tra esse è necessaria la mediazione politica. Lo stesso Papa Francesco, spesso additato come uno dei fautori dell’accoglienza indiscriminata, ha spiegato: «Ho parlato della politica di integrazione della Svezia come un modello, ma anche la Svezia ha detto, con prudenza: “Il numero è questo; di più non posso, perché c’è il pericolo della non-integrazione”».

Bisogna allora lavorare, tutti insieme, perché si individuino delle soluzioni, che non neghino il fenomeno migratorio in sé, e che non calpestino la dignità umana di queste persone che fuggono da situazioni di difficoltà estrema. Per intenderci, la politica può e deve dire no al commercio di uomini (il business spesso denunciato anche a proposito di tante ONG), ma deve sapere anche dire alla creazione di alternative valide nei paesi di provenienza dei profughi, superando quel principio inconscio denunciato sempre dal papa: bisogna passare cioè da L’Africa dev’essere sfruttata a L’Africa dev’essere aiutata a crescere. Se questa massa di disperati fugge, è anche perché le loro risorse sono depredate e sottratte a chi invece dovrebbe usufruirne, dinamica da invertire. E ciò dovrebbe dare vita ad un grande sforzo solidale – non solo nell’accoglienza reale, ma anche nelle politiche di crescita delle zone più povere del mondo – da parte degli Stati ricchi, in primo luogo di quell’Europa, che spesso sa solo giudicare, ma che sostanzialmente del peso del problema se ne lava ipocritamente le mani. C’è bisogno, oggi più che mai, di politici autenticamente cristiani, che sappiano coniugare cioè alta visione ideale, solidarietà fattiva e realismo concreto. Cercasi, insomma, eredi di Adenauer, Schuman, De Gasperi.

Pino Natale

 

 

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