PAROLE IN LIBERTA’: Il virus del “Cattivismo”. Occorre una rivoluzione culturale sulle tracce di don Milani (e dell’Amica geniale)

Davanti a un episodio come quello all’inizio dell’anno del vicesindaco di Trieste – che getta nell’immondizia i pochi stracci e le coperte vecchie di un senza tetto che dorme per strada, proprio nei giorni finora più freddi dell’inverno -, la reazione di condanna è stata per fortuna tale che l’interessato stesso deve essersi un po’ vergognato di aver dato rilievo a questo gesto, cancellando il post di Facebook in cui se ne vantava. Non sempre è così, purtroppo. E hai voglia di parlare di razzismo, o di discriminazione territoriale, o di stupidità, o anche solo di sfottò reciproci, o di quel che si vuole: il fatto resta, ed il fatto è che sempre più assistiamo a episodi di intolleranza, di rifiuto, di disprezzo dell’altro. Siamo passati dal “buonismo” al “cattivismo” vero e proprio. Non a caso il Censis dice che rispetto a pochi anni fa siamo diventati tutti più rancorosi, diffidenti, arroganti, violenti. È come se si fosse diffuso di nascosto un virus, simile a quelli dei film di fantascienza, che vai a dormire e al mattino scopri che d’improvviso tutti si sono trasformati in pericolosi zombie. Per me è essenzialmente una questione di stupidità, imbecillità, rozzezza, volgarità, carenza (anzi, mancanza totale) di un cervello che possa definirsi tale.
E la domanda è inevitabile: cosa si può fare? Come arginare questa che sembra ogni giorno di più una marea inarrestabile?
“L’amica geniale”, la serie TV tratta dal primo dei quattro romanzi di Elena Ferrante, ha riscosso in modo inaspettato un notevole successo, anche negli USA. Merito della storia, e degli interpreti, tutti molto bravi, e per la massima parte addirittura non professionisti: come le giovani attrici che hanno interpretato nelle varie età Lila e Lenù, tra cui spicca la puteolana Ludovica Nasti. Ebbene, riflettendoci un momento, a me sembra che possa aiutarci anche a capire quale possa essere la risposta alle domande di cui prima. È tutta in una battuta detta dall’ineffabile maestra Oliviero, un personaggio che è impossibile non amare: «La plebe è una cosa assai brutta… E se uno vuol restare plebe, lui, i suoi figli, i figli dei suoi figli, non si merita niente». Che è come dire: se uno vuol rimanere nell’ignoranza e nella mancanza di cultura, se cioè non fa nulla per migliorare e progredire, sarà sempre un servo, un “utile idiota”, uno che si lascia trascinare dal capopopolo di turno che alza la voce e solletica i più bassi istinti. La maestra non dice ad Elena di fuggire dal Rione, da Napoli, dall’Italia – non si tratta di rifiutare un luogo -, ma da una condizione di non cultura, che impedisce alla persona di essere pienamente se stessa, con una propria capacità critica. In questo modo, essa non è più autonoma, ma dipendente da altri, perché non riesce a vagliare gli input che le giungono. In mancanza di tutto ciò (e questo per me è cultura nel suo senso più ampio), si può arrivare persino al punto da considerare buono e doveroso anche ciò che è “cattivo”: com’è stato nel XX secolo con i diversi totalitarismi, che riscuotevano l’adesione della maggioranza. Ecco, per me la risposta alle domande di cui prima è questa: occorre inoculare nella cultura “cattiva” di oggi, proprio come un vaccino, germi di cultura sana, quella ancorata al rispetto della dignità umana. La cultura non è mai questione di titoli accademici o di cariche pubbliche, ma di umanità, di sensibilità, di compassione. Mi sa che allora aveva proprio ragione don Lorenzo Milani a puntare, per i suoi ragazzi di Barbiana, su una vera e propria “rivoluzione culturale”, perché è di questo che abbiamo bisogno, oggi più di ieri: formare prima l’uomo, e poi, su questa base, il cristiano. Costruire un nuovo umanesimo è il vero compito della fede cristiana oggi, che deve sapersi inculturare, diventando l’anima profonda di un modo collettivo di pensare e agire. È a questo che punta tutto il magistero di papa Francesco, che si pone nella scia di quello di Giovanni Paolo II, che affermava che la prima via della Chiesa è l’uomo, e l’umano in tutte le sue forme. Dimenticarlo – per rincorrere forme superate di espressione della fede, che avevano un senso in passate epoche storiche, ma che oggi risultano inadeguate, e persino pericolose – ci espone al grande rischio, che iniziamo a percepire, della perdita di significato dell’umanità.

Pino Natale